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Monday, January 17, 2011

FRANCESCO DAL CO ON THE MUSEUM OF CCRR



“… Non meno che nel caso del MUSAC di León le circostanze hanno avuto un ruolo determinante nel suggerire la soluzione cui Mansilla e Tuñón sono pervenuti progettando l’opera più importante sino ad oggi loro affidata, il Museo delle Collezioni Reali a Madrid. Come detto, il MUSAC è un edificio costruito su un margine urbano; è un Museo destinato ad accogliere esposizioni per lo più effimere e a fornire servizi destinati a venire quotidianamente fruiti dagli abitanti della città. Il grado di arbitrarietà della sua organizzazione spaziale e il carattere informale della piazza che definisce ne sono logiche conseguenze. Ben diversi sono le implicazioni, i vincoli e le restrizioni che hanno contribuito a definire la strategia adottata per il progetto del Mueso delle Collezioni Reali. L’edificio ormai in avanzata fase di costruzione occupa un podio ricavato artificialmente accanto a quello sui quali poggiano in una eterogenea successione il Palazzo Reale, la Plaza de la Armeria e la Catedral de la Almudena. Il Museo si estende in uno spazio continuo, definito e ricoperto da una struttura rigorosamente trilitica lunga centocinquanta metri e larga venti; comprende tre livelli espositivi ed altri piani per i servizi; incorpora i resti delle mura dell’alcázar dei re di Castiglia andato distrutto nel 1734, al posto del quale Filippo V volle edificare il nuovo Palazzo affidandone il progetto a Filippo Juvara. Risultato del lavoro che vi profusero dopo la morte di Juvara (1736), Sacchetti, Ventura Rodriguez e Sabatini, il Palazzo domina con la sua mole, cui fa da contraltare quella della Catedral de la Almudena, questo bastione aperto verso i giardini del Campo del Moro. Prendendo atto di questa situazione unica ed inquietante, Mansilla e Tuñón hanno disegnato il muovo Museo in maniera tale da renderlo invisibile per chi percorre la Plaza de la Armeria, dotandolo però di un prospetto, ritmato da una successione di possenti contrafforti, che dai giardini del Campo del Moro si presenta come il sostegno dell’intero complesso monumentale che lo sovrasta. Nell’interno gli spazi sono stati concepiti per risultare coerenti con la scala monumentale ma discretamente commentata di questo prospetto, che offre agli ambienti espositivi la luce filtrata da un pesante rivestimento lapideo, poiché la muratura di contenimento è di fatto sdoppiata, per accogliere le aperture che consentono di godere di una vista privilegiata. Simile a una costruzione semipogea, la costruzione emerge dal podio a cui è addossata con un prospetto ritmato da montanti uguali e il cui ripetersi ne definisce l’ordine, essendo la ripetizione piuttosto che la differenziazione dei dettagli la soluzione più idonea sia a rendere giustizia all’estensione del fronte e alla sua collocazione, sia a sottrarsi al confronto con l’eterogneità dei monumenti che la sovrastano.


Il complesso è quindi il prodotto di una strategia opposta a quella adottata a León: opposti sono gli involucri, monocromi e minerali in un caso, policromi e artificiali nell’altro, non meno degli spazi interni che inducono a pensare, gli uni, a un incedere continuo, cadenzato, assiale e a movimenti rapidi e mutevoli, gli altri - a movimenti destinati a concludersi al cospetto della casa dei re di Spagna affrescata da Tiepolo, gli uni, in una divertente, divertita, allegra piazza inserita lì dove la città diviene irrimediabilmente moderna gli altri.


Sono, questi, soltanto alcuni esempi a prova di quanto rilevante sia “il peso delle circostanze” di cui si diceva, un “peso” che mette alla prova “il colpo d’occhio” di cui ogni buon architetto dovrebbe disporre e che Mansilla e Tuñón hanno dimostrato di possedere. “Colpo d’occhio” è una espressione talmente comune, che nel linguaggio corrente suona banale ma che tale non è. Il “colpo d’occhio” rimanda al “fiuto” e alle “astuzie dell’intelligenza”, doti che sopra tutte l’architetto dovrebbe possedere, insieme però, come suggerisce Jullien, alla «prudenza di giudizio», alla quale ci auguriamo Mansilla e Tuñón sppiano rimanere fedeli, quella resistenza che ci viene dalle circostanze quando proiettiamo sul mondo le nostre azioni»."

Francesco Dal Co.
L’attrito delle circostanze.
Qualche osservazione su alcuni progetti di Mansilla e Tuñón.
AV 144, Madrid 2011.

arquitecturaviva.com

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